Sensitivity

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In questi giorni sto lavorando da un cliente in un paese della Brianza, una piccola città con un centro tranquillo, con i bambini che se ne vanno in bicicletta, la piazza pedonale.

Faccio bene o male sempre la stessa strada per arrivare lì, e l’altro giorno sul marciapiede ho trovato un berretto da bimbo. L’ho spostato sul muretto del parco, così chi l’aveva perso lo avrebbe potuto trovare più facilmente.

Il giorno dopo il berretto era ancora lì; si vede che il bimbo non era più passato per quella strada. In senso opposto al mio, vedo arrivare una donna della mia età, che vede il cappellino e sorride, ma senza prenderlo.

Ho subito pensato: è una mamma anche lei.

Le riconosci subito, le mamme, anche se sono da sole. Dai capelli in disordine e le unghie non curate ma serene lo stesso, magari con lo sguardo di qualcuno che mentalmente sta facendo la spesa; dal sorriso che fanno mentre cercano qualcosa in borsa e salta fuori un bavaglio, o un ciuccio; ma soprattutto, da come guardano i bambini degli altri. Amorevole, sempre; si sta guardando la creatura di un altro, ma mentalmente è come se fosse lì con noi la nostra; il viso si distende nel piacere di un risolino o si corruccia nella preoccupazione di un pianto che sembra non voler finire mai. Una donna non smette di essere donna quando diventa madre, anzi, ma acquista una sensibilità diversa, volente o nolente, anche se prima di avere figli i bambini nemmeno piacevano.

È come se il cuore si allargasse un po’ di più, come se le sinapsi del cervello si moltiplicassero e creassero ponti funambolici e traballanti ma funzionanti, come se le mani, gli occhi, la pelle, diventassero più ricettivi.

E non solo per i figli, ma per la vita in generale: nasce la capacità di dare una nuova priorità alle cose, lasciarsi sfuggire deliberatamente occasioni per fare tardi la sera per addormentarsi insieme, farsi scivolare i guai di una giornata lavorativa perché a casa ti aspetta la tua famiglia che non vede l’ora di riabbracciarti, progettare pazze cose per il weekend solo per la gioia di stare insieme. Un gioioso cambiamento di priorità: dall’io al noi.

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Vorrei la neve

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Vorrei la neve.

Dovrei concentrarmi moltissimo e scrivere tante cose importanti, ma guardo fuori dalla finestra, sento i miei colleghi urlarsi dietro nell’ufficio accanto, fuori fa freddo, e io vorrei la neve.

Vorrei essere a casa con te, a farti il solletico sotto i piedini e giocare a nascondino tra una stanza e l’altra; portarti in giro a piedi con i tuoi piccoli stivali di gomma e farti toccare quel soffice manto bianco e gelato, che ancora non hai potuto vedere perché è nevicato davvero poco da quando sei nato.

Condividere con te un piatto di pasta al sugo.

Stare nel lettone a farci le coccole ed il solletico insieme al tuo papà, guardare qualche cartone animato e addormentarci insieme, un po’ stretti, ma felici.

Sisifo

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E ti sembra sempre di non avere tempo mai.

Per te, per lui, per noi.

Cerchi sempre di ritagliare il massimo possibile per tutti, per non scontentare nessuno, ma niente, ci sarà sempre una lamentela da qualche parte, o avrai sempre tu un motivo per cui essere arrabbiata o triste.

Una frase travisata, una intromissione non desiderata, un problema risolto male o non come vorresti tu.

E ti senti inadeguata. E pensi che gli altri lo pensino di te.

Ma è sempre così l’essere madri, mogli, figlie, amiche?

Ci sarà un giorno, uno solo, in cui dici: “Ah, questo sì, è stato un giorno perfetto, è andato esattamente tutto come avrei voluto io?”

Finisce mai l’eterna corsa alla perfezione? Smetteremo mai di alzare inconsapevolmente l’asticella, per arrivare almeno una volta alla meta?

L’uccello che girava le viti del mondo – Murakami

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Inizia quasi reale e concreto, per poi trasformarsi in visionario come sempre accade, con Murakami.

Quando sembra stia per finire la storia, c’è sempre qualche piccolo colpo di scena che fa rivedere tutto sotto un’altra luce, e la fa progredire.

Una coppia di coniugi sembra andare in crisi per la scomparsa del loro gatto e per un tradimento, ma niente è come sembra. La potenza dei legami di sangue, della morbosità di un fratello, delle visioni di una strana donna (e di una ancor più bizzarra sorella) cambiano definitivamente la vita del protagonista.

Dapprima verrà trascinato dagli eventi e dalle persone, che sembrano approfittare di lui e del suo tempo senza chiedergli il permesso; poi diventerà parte attiva, dopo un lungo percorso interiore, fatto di sorprese e prese di coscienza. Riuscirà a salvare se stesso e il rapporto con Kumiko?

Molto bella la descrizione del rapporto tra i due coniugi protagonisti, e l’analisi interiore del protagonista. La parte nel pozzo, toccante e bizzarra.

Un paio di personaggi forse li avrei anche tolti, la ragazzina vicina di casa e il brutto tirapiedi del cognato; non arricchiscono granché la narrazione, ma ha comunque saputo bene come inserirli.

Forte la digressione dei racconti di guerra, anche la parte dello zoo. Per duri di stomaco.

Mani mani mani

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La cosa che più sento essere cambiata in me dopo il tuo arrivo nella mia vita sono le mani.
Me le sento come accessori multisensoriali, dotate di tutti e cinque i sensi.
Delicate, per accarezzare e rassicurare, capaci di spostarti da un posto ad un altro senza farti svegliare. Decise, quando ti tengo mentre impari a camminare o ti prendo in braccio. Appicicaticce, quando mangiamo; termoregolatrici, quando mi sembra tu stia male. Ombre cinesi, per farti giocare; pupazzetti per distrarti quando non vuoi farti cambiare.
Con le mani ti comunico quello che non riesco ad esprimere solo a parole, ti dico "no", le usiamo per le nostre carezze complici.
E cerco di assorbire tutto.

Rimandata a settembre

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Sono impreparata. Sono impreparata a vederti crescere, a farti staccare lentamente da me.

Prima ero impreparata nel tenerti in braccio tutto il giorno, a sentirmi costantemente una mucca, alla privazione di sonno (anche se non me ne hai mai fatta fare troppa).

Insomma, le mamme si sentono sempre impreparate.

Ma forse è la cosa più bella del mondo. È bello imparare insieme, mettersi alla prova, lasciarsi andare e poi riprendersi con rinnovato amore e incondizionato affetto.

Sarà bello insegnarti l’indipendenza, così come l’hanno insegnata a me. Che non vuol dire “Arrivederci e grazie, famiglia, ora che so cavarmela a mai più rivederci se non alle Feste Comandate”. Ma vuol dire “So stare in piedi, sono in equilibrio, sono capace di bastare a me stesso. E di amare gli altri”.

Sarà dura lasciare la tua manina paffutella e le tue guance sbavolose, ma lo farò. Per il bene tuo e mio. Per guardarti con il petto gonfio d’orgoglio e gli occhi pieni di lacrime di gioia.

Per essere ancora me.

Con te accanto.