L’autostrada

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Sottile e lunga come una goccia  di olio oliva

Flessuosa e altrettanto sensibile

Verde e trasparente

Un suono di violoncello

Che si insinua nell’orecchio

Striscia e se ne va.

L’autostrada – Daniele Silvestri

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L’uccello che girava le viti del mondo – Murakami

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Inizia quasi reale e concreto, per poi trasformarsi in visionario come sempre accade, con Murakami.

Quando sembra stia per finire la storia, c’è sempre qualche piccolo colpo di scena che fa rivedere tutto sotto un’altra luce, e la fa progredire.

Una coppia di coniugi sembra andare in crisi per la scomparsa del loro gatto e per un tradimento, ma niente è come sembra. La potenza dei legami di sangue, della morbosità di un fratello, delle visioni di una strana donna (e di una ancor più bizzarra sorella) cambiano definitivamente la vita del protagonista.

Dapprima verrà trascinato dagli eventi e dalle persone, che sembrano approfittare di lui e del suo tempo senza chiedergli il permesso; poi diventerà parte attiva, dopo un lungo percorso interiore, fatto di sorprese e prese di coscienza. Riuscirà a salvare se stesso e il rapporto con Kumiko?

Molto bella la descrizione del rapporto tra i due coniugi protagonisti, e l’analisi interiore del protagonista. La parte nel pozzo, toccante e bizzarra.

Un paio di personaggi forse li avrei anche tolti, la ragazzina vicina di casa e il brutto tirapiedi del cognato; non arricchiscono granché la narrazione, ma ha comunque saputo bene come inserirli.

Forte la digressione dei racconti di guerra, anche la parte dello zoo. Per duri di stomaco.

Mani mani mani

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La cosa che più sento essere cambiata in me dopo il tuo arrivo nella mia vita sono le mani.
Me le sento come accessori multisensoriali, dotate di tutti e cinque i sensi.
Delicate, per accarezzare e rassicurare, capaci di spostarti da un posto ad un altro senza farti svegliare. Decise, quando ti tengo mentre impari a camminare o ti prendo in braccio. Appicicaticce, quando mangiamo; termoregolatrici, quando mi sembra tu stia male. Ombre cinesi, per farti giocare; pupazzetti per distrarti quando non vuoi farti cambiare.
Con le mani ti comunico quello che non riesco ad esprimere solo a parole, ti dico "no", le usiamo per le nostre carezze complici.
E cerco di assorbire tutto.

Rimandata a settembre

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Sono impreparata. Sono impreparata a vederti crescere, a farti staccare lentamente da me.

Prima ero impreparata nel tenerti in braccio tutto il giorno, a sentirmi costantemente una mucca, alla privazione di sonno (anche se non me ne hai mai fatta fare troppa).

Insomma, le mamme si sentono sempre impreparate.

Ma forse è la cosa più bella del mondo. È bello imparare insieme, mettersi alla prova, lasciarsi andare e poi riprendersi con rinnovato amore e incondizionato affetto.

Sarà bello insegnarti l’indipendenza, così come l’hanno insegnata a me. Che non vuol dire “Arrivederci e grazie, famiglia, ora che so cavarmela a mai più rivederci se non alle Feste Comandate”. Ma vuol dire “So stare in piedi, sono in equilibrio, sono capace di bastare a me stesso. E di amare gli altri”.

Sarà dura lasciare la tua manina paffutella e le tue guance sbavolose, ma lo farò. Per il bene tuo e mio. Per guardarti con il petto gonfio d’orgoglio e gli occhi pieni di lacrime di gioia.

Per essere ancora me.

Con te accanto.

Però

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Nove mesi abbondanti e 4 denti, con altri in arrivo.

Tua nonna stamattina ti ha portato sull’altalena. E non so nemmeno se fosse la prima volta che lo faceva.

Ed è una cosa che va benissimo, perché è giusto che giochiate e passate del bel tempo insieme.

Ma volevo essere io, ecco. A portarti sull’altalena per prima, vedere la tua espressione di quando ci saresti salito.

Stamattina, sonno a parte, ero così felice del sorriso semplice e complice che mi hai fatto, quando dopo la poppata delle 05.30 ti ho messo coricato sulla mia pancia, mi hai guardata negli occhi e mi hai sorriso.

E invece adesso sto pensando a tutte le cose che mi perderò, che volente o nolente non vedrò e non farò con te la prima volta, perché sarò al lavoro, sarò via, sarò boh.

Ma bisogna farsene una ragione, gioire della tua gioia ed essere contenti che, quantomeno, eri con una persona amata e conosciuta che ci ha potuto raccontare la cosa nei dettagli senza scocciarsi.

Però MEH.

Cinque anni

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Mi è capitato di rileggere un post di circa 5 anni fa, in cui confrontavo com’ero a 25 anni e a 30, evidenziando quante cose possano succedere in 5 anni e quanti cambiamenti possa subire la vita.

Il post finiva con un “Non oso pensare a cosa mi aspetta tra 5 anni…”

…da allora, ho cambiato tutto l’arredamento di casa.

Ho continuato a coltivare con costanza le mie passioni.

Ho, fortunatamente, sempre molti amici.

Mi sono sposata con il mio coinquilino! Giornata perfetta.

Il lavoro purtroppo è rimasto lo stesso, ma almeno c’è.

Ho viaggiato ancora tanto, ma ho visto meno concerti.

Ho visto l’aurora boreale!

Le serate pigre a guardare la tv sono aumentate (per un periodo).

Le ore di sonno diminuite.

Non reggo più ufficialmente l’alcool.

Ascolto sempre bella musica.

Sono rimasta incinta.

Mi sono goduta la gravidanza, nonostante qualche problemino qua e là.

Sono diventata mamma di Martino!

Il mio cuore e quello del mio coinquilino è esploso.

La vita è stata completamente rivoluzionata, la stanchezza cresciuta esponenzialmente, e così la gioia.

Ogni giorno è diverso e passa supervelocemente, anche se a volte non sembra proprio.

I miei obiettivi e i miei sogni hanno subito uno stallo, ma per una motivazione più che valida, e possono rimanere lì a tempo indefinito, ma non dimenticati.

Curiosa come una scimmia per i prossimi 5 anni!

Ossessione

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Ci sono dei momenti in cui vorresti fermare tutto, tirare un profondo respiro, sorridere e dire: “Ecco: questo non lo dimenticherò mai.”

Ma non è possibile, non funziona così.

Ho l’ossessione di volermi ricordare tutto di te, di noi, la nostra complicità, i nostri giochi, il profumo della tua pelle e del tuo alito, dolce e innocente. La tua incredibile forza, i tuoi sguardi quando scopri qualcosa di nuovo, i tuoi buffi sforzi per stare in piedi le prime volte, quando assaggi un sapore diverso dal solito.

Come avrei voluto fissare nella memoria specifici momenti con tuo padre, che ricordo solo nel momento in cui qualcun altro li nomina, ed io: ”Ah, già, me lo ero proprio dimenticato; peccato”.

E altrettanto mi succede con tutte le persone importanti per me, la mia famiglia, i miei amici.

Non voglio credere che il reset delle informazioni da ricordare sia un processo randomico del cervello; mi piace pensare che il cuore ci metta il suo, dicendo “Ehi, vi ricordate qui quanto siamo stati bene/male? Questo è da tenere. Questi giorni invece sono stati tutti troppo uguali o tristi per lasciare traccia, mandiamoli via.”

Credo di avere nella testa una enorme scatola cinese con miliardi di cassettini, tutti contrassegnati da una apposita ma buffa etichetta, tipo “Primino al liceo che ti ha rovesciato addosso il caffè”, “Capriole di Martino nella pancia”, “Dichiarazioni d’amore ubriache”, “Profumo di pizza”, e cose così.

So di dover lasciare andare via un sacco di cose, ma non smetterò di sforzarmi di fare delle Polaroid mentali.